Plastic Tax, le piccole e medie imprese di Torino si rivoltano “E’ un siluro che ci può affondare”

18/10/2019

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"Si sta strumentalizzando il tema della protezione ambientale"

“La plastic tax è un siluro per le PMI del settore che a Torino e in Piemonte rappresentano migliaia di posti di lavoro e un giro d’affari secondi solo a quelli della metalmeccanica.

Non è certo con un’ulteriore tassa che si tutela l’ambiente e tanto meno si crea sviluppo. Non è ammissibile che la plastica sia demonizzata insieme a chi la produce”. Così Daniela Ramello, Presidente di Unionchimica API Torino e Vicepresidente di Unionchimica CONFAPI, commenta l’approvazione da parte del Governo nell’ambito della Manovra 2020 di una “plastic tax” pari ad 1 euro al chilo sugli imballaggi di plastica, dal primo giugno 2020.

“In tema di ambiente – dice Ramello – dobbiamo fare molta attenzione. Si sta strumentalizzando il tema della protezione ambientale e della transizione ecologica del Paese verso abitudini eco-sostenibili dei cittadini, a scapito della lucidità degli interventi e delle politiche adottate”.

Ramello quindi aggiunge: “La riconversione del nostro tessuto produttivo deve sfruttare la sostenibilità ambientale e l’economia circolare per creare nuovi posti di lavoro, e non essere mortificata da misure come la plastic tax che mettono in ginocchio le imprese che per questo rischiano di perdere migliaia di posti di lavoro”.

La Presidente di Uniochimica API Torino aggiunge: “Ci pare che il Governo sul cosiddetto Green New Deal non abbia una chiara visione politica di investimenti, soprattutto per il comparto della plastica che da tempo sta invece investendo nella ricerca anche nell’ottica dell’economia circolare per aumentare le frazioni di materie riciclate e riciclabili rispetto alle materie vergini”. Ma c’è anche un problema finanziario. “Non si capisce come e perché – dice infatti Ramello -, le imprese debbano pagare una nuova tassa sulla responsabilità estesa del produttore quando da più di 20 anni stanno pagando un sistema Consortile ‘obbligatorio’ che fa capo a CONAI/COREPLA e che comporta un costo, differenziato per tipologie di materiali ed imballaggi, dai 150 ai 500 euro a tonnellata. Non ha senso pagare una ulteriore tassa con analoga finalità che, per le poche informazioni che accompagnano la novità normativa, dovrebbe disincentivare l’utilizzo della plastica e favorirne la raccolta e riciclo dei prodotti”.

“Più in generale – dice ancora Ramello -, è necessario fare informazione corretta, formare le persone e creare una cultura della produzione della plastica. Non tutti sanno per esempio che la produzione di imballaggi in carta risulta altrettanto impattante per l’ambiente se non addirittura con risultati peggiori. Mentre la scarsa conoscenza comune dei contenuti della recente direttiva sulla plastica monouso ha provocato una non corretta equiparazione tra plastica monouso e imballaggi in plastica in genere. Diverse ricerche hanno poi dimostrato che la sostituzione di plastica tradizione con plastica alternativa o addirittura altri materiali in determinati settori produttivi si scontri con limiti normativi, tecnologici e prestazionali (settore medicale, settore alimentare, ecc.). L’inquinamento dei mari, problema e catastrofe ambientale innegabile è legata a diverse tipologie di prodotti e non esclusivamente agli imballaggi plastici”.

“Se non si cambierà rotta – insiste Ramello -, le imprese di questo comparto subirebbero un contraccolpo insostenibile e sarebbero costrette a licenziare migliaia e migliaia di lavoratori. Non si tratta della difesa di un solo settore ma della necessità di evitare una nuova ed ulteriore crisi di imprese con imprevedibili contraccolpi sociali ed economici.

“E’ doveroso quindi – conclude – che il Governo condivida con imprese e lavoratori del nostro comparto l’impatto delle proprie azioni per evitare un altro tracollo economico e sociale”.

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