
Agenzia delle Entrate, stop ai controlli diretti sui conti correnti: servirà l’autorizzazione di un giudice. La sentenza CEDU cambia tutto
Una decisione destinata a fare scuola della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è pronta a cambiare in profondità il modo in cui vengono svolti gli accertamenti fiscali in Italia. Al centro della pronuncia c’è l’accesso ai conti correnti da parte dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza, finora consentito in modo quasi automatico. Per i giudici di Strasburgo, però, il diritto alla privacy e alla riservatezza delle comunicazioni non può essere compresso senza il controllo di un soggetto terzo e indipendente.
La Corte ha chiarito che l’ingresso nei dati bancari del contribuente non può più essere considerato un semplice atto amministrativo. Serve invece una valutazione preventiva che garantisca proporzionalità e fondatezza dell’intervento. In concreto, l’accesso ai movimenti finanziari dovrà essere autorizzato da un giudice o da un’autorità indipendente, sulla base di indizi specifici di evasione e con un provvedimento motivato.
Se il legislatore italiano si adeguerà, dal 2026 le indagini fiscali cambieranno volto. Finirebbero i controlli generalizzati sui conti, sostituiti da verifiche mirate e giustificate. Il contribuente potrebbe inoltre ottenere maggiori tutele difensive già nelle fasi iniziali, riducendo il rischio di acquisizioni invasive o non pertinenti. Un altro effetto rilevante riguarda le prove: i dati raccolti senza rispettare i criteri indicati dalla CEDU rischiano di essere dichiarati inutilizzabili nei procedimenti tributari.
Questa impostazione crea una tensione con l’attuale sistema italiano, che si basa su strumenti molto incisivi come l’Archivio dei Rapporti Finanziari. Il nuovo equilibrio imposto dalla Corte punta però a ridurre gli abusi, imponendo motivazioni puntuali e un controllo esterno sulle richieste del Fisco.
I professionisti suggeriscono già nuove linee difensive: contestare l’uso di dati bancari acquisiti senza adeguate garanzie e verificare attentamente le autorizzazioni alla base dei controlli. La sentenza non legittima l’evasione, ma impone allo Stato regole più trasparenti e rispettose dei diritti, segnando il passaggio verso un sistema fiscale più equilibrato e garantista.