
Dividendi “di guerra”: 5 miliardi di dollari ai gruppi europei della Difesa nel 2025. Numeri da record
Il 2025 si è chiuso con risultati senza precedenti per l’industria europea della difesa, che ha distribuito agli azionisti circa cinque miliardi di dollari, il livello più alto registrato nell’ultimo decennio.
A spingere questi numeri record è stato soprattutto l’aumento dei dividendi, segno che chi ha puntato su questo comparto ha ottenuto rendimenti significativi. Il contesto internazionale ha avuto un ruolo decisivo: la crescita della spesa militare globale, accelerata in particolare dal conflitto in Ucraina, ha sostenuto fatturati e utili delle grandi aziende del settore.
Secondo un’analisi di Vertical Research Partners per il Financial Times, all’incremento delle remunerazioni si affianca anche un rafforzamento degli investimenti. Nel 2025, infatti, la quota dei ricavi destinata a spesa in conto capitale e a ricerca e sviluppo ha raggiunto il 7,9%, in netto aumento rispetto al 6,4% del 2021, prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Questo indica una maggiore attenzione allo sviluppo industriale e tecnologico.
Lo scenario è però diverso negli Stati Uniti. Qui i rendimenti dei principali gruppi della difesa hanno toccato il massimo nel 2023 per poi ridursi, insieme agli investimenti. Oltreoceano il settore è stato oggetto di critiche, con accuse di aver privilegiato la produzione di armamenti invece dei riacquisti di azioni. Anche l’amministrazione americana è intervenuta, sollecitando maggiori investimenti e tempi di consegna più rapidi. Ma secondo Vertical Research, l’idea di profitti eccessivi non troverebbe pieno riscontro nei dati, visto il calo di buy-back e dividendi negli ultimi anni.
In Europa, il dibattito potrebbe intensificarsi se le spese militari cresceranno ancora.
Intanto, le prospettive di forti investimenti nella difesa hanno contribuito a un 2025 molto positivo per le Borse europee. L’indice Stoxx 600 ha segnato un nuovo record, sostenuto soprattutto da banche e titoli della difesa, mentre altri settori, come l’automotive, hanno chiuso l’anno in difficoltà.