
L’Italia è fra i Paesi al mondo che spende meno in Ricerca e Sviluppo – Solo l’1,4% del PIL: confronto impietoso con USA, Germania e altre potenze
La capacità di innovare rappresenta uno dei principali fattori che determinano la competitività e le prospettive di crescita di un Paese. Per questo motivo, gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) sono sempre più decisivi soprattutto in un contesto internazionale in cui tecnologia e conoscenza incidono direttamente sulla forza delle economie.
I dati relativi al 2024 mostrano però un forte ritardo dell’Italia rispetto alle nazioni più avanzate. Israele ha destinato alla ricerca il 6,8% del PIL, la Corea del Sud il 5,1%, mentre Stati Uniti e Germania hanno superato il 3%. L’Italia si è fermata invece all’1,4% del PIL, collocandosi tra i Paesi con la minore spesa in R&S tra le principali economie dell’area OCSE. Il distacco dai leader internazionali, inoltre, è aumentato nel tempo: rispetto agli Stati Uniti, il divario è passato da circa 1,5 punti percentuali di PIL di quarant’anni fa agli attuali 2 punti. Anche nei confronti di Francia e Spagna emerge una distanza significativa.
Nel complesso, nel 2024 l’Italia ha investito circa 30,4 miliardi di euro in attività di ricerca. A finanziare questo settore contribuiscono sia le imprese sia lo Stato: circa il 37% delle risorse proviene dal comparto pubblico, mentre la quota maggiore è sostenuta dal settore privato.
Particolarmente rilevante è il dato relativo alla ricerca finanziata direttamente dallo Stato, che si aggira intorno allo 0,5% del PIL. Queste risorse sono fondamentali soprattutto per università e centri di ricerca, perché permettono di sostenere la ricerca di base, sviluppare nuovi progetti e favorire collaborazioni scientifiche.
In un’economia globale sempre più fondata sull’innovazione, mantenere investimenti adeguati nella produzione di conoscenza è quindi decisivo. Il basso livello della spesa italiana rischia di indebolire la capacità del Paese di competere con le potenze internazionali e, in particolare, di limitare le possibilità di crescita e sviluppo del sistema universitario e scientifico nazionale.
Ecco lo scenario sintetizzato graficamente da Il Punto Economico