
Quanto varrebbe la mafia se fosse un’azienda? Sarebbe fra le più ricche in Italia, con un fatturato record. I numeri
Se la mafia fosse una società quotata, figurerebbe stabilmente tra le più ricche d’Italia. Le stime parlano infatti di un giro d’affari che potrebbe superare i 200 miliardi di euro l’anno, circa il 10% del Prodotto interno lordo nazionale. Un “fatturato” da multinazionale, costruito però su attività illecite che inquinano l’economia legale e ne frenano la crescita.
Il business principale resta il narcotraffico, che garantisce circa il 30% dei profitti complessivi. Subito dopo c’è il riciclaggio di denaro, con il 25%, fondamentale per ripulire e reinvestire i capitali sporchi. Un altro 15% arriva dall’infiltrazione negli appalti pubblici e nel settore edilizio, dove la criminalità organizzata altera gare e concorrenza. Completano il quadro estorsioni e pizzo (10%), contrabbando (10%) e comparti come rifiuti e agroalimentare (10%).
L’impatto sul sistema Paese è pesante: attraverso corruzione e pratiche sleali, la mafia distorce i mercati, scoraggia gli investimenti e ostacola lo sviluppo, soprattutto nel Mezzogiorno. Il pizzo, in particolare, grava su commercianti e imprese, aumentando i costi e soffocando innovazione e competitività.
Da tempo si discute su come colpire al cuore questo sistema. Se oggi il contante vale per un mafioso più di un’arma, ridurne drasticamente l’uso potrebbe essere una leva decisiva. Le organizzazioni criminali prosperano grazie ai pagamenti non tracciabili. Strumenti digitali e tecnologie come la blockchain, capaci di garantire trasparenza e tracciabilità delle transazioni, potrebbero limitare gli spazi d’azione dell’economia criminale, riportando risorse e fiducia nel circuito legale.