Dopo un anno di guerra, cosa resta dell’Ucraina? Lo Studio

17/02/2023

Dopo un anno di guerra, cosa resta dell’Ucraina?

E’ lo studioso Steve Morgan a fare un bilancio sul futuro dell’Ucraina, ipotizzando che fra poco più di 25 anni, nel 2050, la popolazione del paese possa risultare addirittura dimezzata rispetto ai 52 milioni di abitanti che aveva toccato nel 1991.

“Alla vigilia dell’aggressione russa dello scorso febbraio – scrive Steve Morgan su Neodemos.info (un foro indipendente di osservazione, analisi e proposte sulla demografia nel mondo) – “la popolazione era già scesa a 41,5 milioni, oltre 10 milioni in meno, dei quali 2,5 per l’amputazione della Crimea e di Sebastopoli, annessi dalla Russia nel 2014. I residui 7,5 milioni di differenza sono imputabili all’emigrazione, quasi un milione, e al supero delle morti sui nascite, per circa 7 milioni. Occorre poi aggiungere che nei 41,5 milioni di abitanti di inizio 2022, sono contati anche i 4,5 milioni di abitanti delle due autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk, cosicché di fatto – se non certo di diritto – la popolazione effettiva ucraina, al momento dell’aggressione russa, può valutarsi a 37,5 milioni e mezzo, 28% in meno della popolazione del 1992. Infine, a giugno inoltrato, l’intero Donbass è oramai occupato e sotto controllo russo, con ulteriori 2 milioni di abitanti. Una eventuale tregua che cristallizzasse la situazione di fatto sul campo, vedrebbe l’Ucraina (amputata come si è detto) con circa 35 milioni di abitanti, un terzo in meno rispetto a trent’anni prima”.

Quale sarà il destino dell’Ucraina?

Il destino di questo paese – aggiunge Morgan – “dipenderà dalle sorti della guerra, dallo status dei territori invasi dalla Russia, dall’evolversi dei rapporti con l’occidente, dal sostegno finanziario per la sua ricostruzione. Ma dipenderà anche dalla sua demografia, già debolissima e ulteriormente depressa dagli eventi legati alla pandemia prima e alla guerra poi. Uno sguardo all’evoluzione demografica dall’indipendenza è utile per prefigurare l’evoluzione futura. Come in tutta l’Europa orientale, la natalità è bassissima, con un percorso simile a quello della vicina Russia, ma a un livello inferiore a partire dalla fine degli anni ‘90, quando è stato raggiunto il minimo storico di 1,1 figli per donna. La successiva ripresa ha riportato il livello a 1,5, nel 2014-15, prima di ridiscendere al nuovo minimo di 1,1 nel 2021. Negli ultimi anni la fecondità delle donne ucraine è rimasta sensibilmente inferiore a quella delle russe, che hanno beneficiato delle generose integrazioni di reddito del cosiddetto maternity capital1. Nel 2021, in conseguenza della pandemia, le nascite sono diminuite di un ulteriore 7,3%, portando al 42% la perdita nei confronti del 2014. La figura 2 riporta nascite e morti nel periodo 2014-2020, e dati appena usciti, stimano in 272mila le nascite e in 714mila i decessi del 2021”.

Anche mortalità ha avuto un percorso molto simile a quello della Russia.

“La speranza di vita alla nascita è fortemente discesa dopo l’indipendenza, per poi riprendere con grande lentezza – scrive ancora Steve Morgan – ” Nel 1991 era pari a 64,6 per gli uomini e 74,2 per le donne; nel 2020 era di poco superiore, pari rispettivamente a 66,4 e 76,2, con un progresso di appena 2 anni nel trentennio. I confronti sono sempre informativi: la speranza di vita in Italia, nel 2021, è stimata di 80,1 anni per gli uomini e 84,7 per le donne (rispettivamente 14 e 9 anni di più che in Ucraina), e nel trentennio considerato il miglioramento è stato triplo rispetto a quello dell’Ucraina. Infine, l’Ucraina perde popolazione per l’emigrazione (non parliamo qui della marea di rifugiati degli ultimi quattro mesi) soprattutto per motivi di lavoro. Hanno scritto Strozza e Bonifazi che negli ultimi anni “le relazioni migratorie tra Ucraina e Europa si sono consolidate dando vita a collettività importanti” e, ancora “nel complesso, anche dal punto di vista migratorio, emerge un paese con storici e forti legami con l’universo post-sovietico, ma che negli ultimi venti anni ha sicuramente rafforzato le proprie relazioni con l’Unione Europea”2. Esiste poi una migrazione temporanea per lavoro ancora più importante verso la Polonia, favorita oltre che dalla vicinanza territoriale, linguistica e culturale dalla “possibilità di un lavoro regolare e temporaneo senza necessità di un permesso di lavoro, ma sulla base di una semplice dichiarazione d’intenti del datore di lavoro: anche durante la pandemia (2020) il numero di queste dichiarazioni datoriali è stato pari a 1,3 milioni. Il numero di lavoratori ucraini effettivi ha raggiunto il milione”3, ed è fonte di importanti rimesse (all’incirca equivalenti al 12% del Pil) e forte sostegno alla crescita dell’economia polacca”.

Gli scenari futuri. L’Ucraina potrebbe essere sostanzialmente dimezzata, da qui al 2050:

Sulla demografia gravemente indebolita dell’Ucraina – conclude la sua analisi Morgan – ” depressa dalle decurtazioni territoriali, dall’emigrazione e dalla pandemia, si riversa il trauma della guerra. Con ulteriori effetti negativi la cui portata è impossibile valutare, ma la cui direzione è certa: perdite di giovani e adulti nel conflitto; esodo di rifugiati; ulteriori spinte all’emigrazione permanente; effetti depressivi sulla già bassissima natalità. Le proiezioni delle Nazioni Unite (variante media), basate sul materiale statistico disponibile nel 2019, che quindi non tiene conto dei recenti traumi4, ipotizzavano un calo della popolazione del 19,5% tra il 2020 e il 2050, con ipotesi che alla luce dei fatti appaiono estremamente ottimistiche: una crescita della fecondità da 1,4 (2020-25) a 1,6 figli per donna (ma nel 2021 siano a 1,1); una crescita della speranza di vita di 4 anni, doppia rispetto al precedente trentennio; un saldo migratorio prossimo allo zero. Nella realtà dei fatti, sembra assai più plausibile la variante “bassa”, che implica una perdita di popolazione pari al 26,6%, in presenza di una fecondità approssimativamente costante e di una migrazione netta all’incirca nulla. In questo caso la popolazione del 2050 (senza Crimea, Sebastopoli e Donbass), sarebbe dell’ordine dei 26 milioni, la metà dei 52 del 1991, con una struttura per età fortemente invecchiata. Se questa valutazione appare pessimistica, va ricordato che essa non tiene conto dei movimenti di rifugiati: alla fine di maggio, quasi sette milioni di persone avevano varcato i confini dell’Ucraina secondo i conteggi dell’UNHCR, ma questi includono anche i movimenti di rientro, molto numerosi, dell’ordine dei 2,5 milioni. Quanti di questi 4 o 5 milioni di rifugiati rientreranno in patria, e quando questo avverrà, dipende da molti fattori: la durata della guerra, i tempi necessari per un ritorno alla normalità, la velocità di una eventuale ricostruzione, l’attrattività dei paesi che adesso li accolgono e che potrebbero diventare patrie permanenti”.

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