Draghi lancia l’allarme: “Il mondo che ha protetto l’Europa non esiste più. La forza economica UE rischia di restare solo teorica”. Ecco la strategia

13/02/2026

Mario Draghi torna a lanciare l’allarme: l’assetto internazionale che per anni ha garantito stabilità all’Europa non è più quello di un tempo. Intervenendo il 2 febbraio 2026 all’Università KU Leuven di Lovanio per la laurea honoris causa, ha sottolineato come il contesto globale sia cambiato radicalmente e come l’Unione non possa più contare su equilibri dati per scontati.

Per lungo tempo l’Europa ha potuto concentrarsi su apertura dei mercati e crescita, delegando in parte la propria sicurezza all’ombrello dell’alleanza atlantica. Oggi però economia e difesa non viaggiano più insieme: le interdipendenze commerciali possono trasformarsi in strumenti di pressione politica. La globalizzazione, anziché seguire il principio del vantaggio comparato teorizzato da David Ricardo, ha spesso favorito politiche aggressive e squilibri che hanno alimentato tensioni interne.

Draghi individua due spinte convergenti: da un lato gli Stati Uniti, inclini a innalzare barriere doganali e a trarre beneficio da un’Europa frammentata; dall’altro la Cina, forte del controllo su segmenti cruciali delle catene del valore e quindi in grado di condizionare forniture e mercati. In questo scenario il rischio è un’Europa marginalizzata, industrialmente indebolita e incapace di difendere interessi e principi.

Eppure il peso economico non manca: nel 2023 l’UE è stata il principale attore mondiale negli scambi di beni e servizi, con importazioni per circa 3.600 miliardi di euro e relazioni privilegiate con oltre 70 Paesi. Inoltre conserva ruoli centrali in ambiti strategici, dalla litografia avanzata all’aerospazio, dove Airbus rappresenta una quota rilevante della produzione globale.

Il punto, però, è politico: questi vantaggi non bastano se l’Unione resta un insieme di Stati con interessi divergenti e diritto di veto.

Per contare davvero serve un salto verso un’integrazione più profonda in difesa, politica estera e industria. Un percorso graduale e realistico, ma orientato con decisione verso una vera dimensione federale.

Draghi spiega che l’attuale assetto europeo va superato perché quell’ “architettura dell’UE (che) ha incarnato la convinzione che l’ordine giuridico internazionale fondato sul diritto, sostenuto da istituzioni credibili, favorisca pace e prosperità” oggi non regge più. Non si trattava di un’illusione, ma di un sistema minato da squilibri interni, aggravati dall’ingresso della Cina nel WTO. “Ma il crollo di questo ordine non è di per sé la minaccia”. L’Europa ha reagito bene alle emergenze, dai dossier geopolitici ai nuovi accordi commerciali, ma ora deve guardare oltre l’immediato.

Secondo Draghi, “tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza. Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?”. La risposta passa dal superamento della confederazione a favore della federazione: dove l’Europa ha già fatto questa scelta, come su commercio, concorrenza e politica monetaria, è rispettata e negozia come soggetto unico. Da qui la conclusione: “Agendo insieme, riscopriremo qualcosa che è rimasto a lungo dormiente: il nostro orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la nostra fede nel nostro stesso futuro. E su quelle fondamenta, l’Europa sarà costruita”.

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