
Pensioni, chi ci va oggi prende l’81% dello stipendio – Chi ci andrà nel 2060 prenderà solo il 64%
Pensioni, chi ci va oggi prende l’81% dello stipendio. Chi ci andrà nel 2060 prenderà solo il 64% . Negli ultimi anni il tema previdenziale è diventato uno dei nodi centrali del confronto pubblico, soprattutto per la distanza crescente tra chi è già in pensione e chi lo sarà in futuro. Un indicatore chiave per capire questa differenza è il tasso di sostituzione, ovvero la quota percentuale con cui il primo assegno pensionistico rimpiazza l’ultima retribuzione percepita. In sostanza, misura quanto il reddito cambia nel passaggio dall’attività lavorativa al ritiro dal lavoro.
Attualmente, chi ha alle spalle una carriera lunga e stabile può contare su una pensione che equivale mediamente all’81,5% dell’ultimo stipendio netto. Per le nuove generazioni, invece, le proiezioni parlano di circa il 64,8%. Ciò significa che in futuro il calo delle entrate sarà più consistente e mantenere lo stesso stile di vita potrebbe risultare più complicato rispetto a quanto avviene oggi.
Alla base di questo divario c’è soprattutto la trasformazione del sistema previdenziale. In passato dominava il metodo retributivo, che determinava l’importo dell’assegno considerando in larga parte le retribuzioni finali. Oggi è invece in vigore il meccanismo contributivo: la pensione dipende dai versamenti effettuati durante l’intero percorso professionale. Ne consegue che salari bassi, periodi di disoccupazione e contratti discontinui incidono direttamente sull’ammontare futuro dell’assegno.
Il contesto demografico complica ulteriormente il quadro. La popolazione attiva si riduce progressivamente, mentre cresce la quota di anziani, mettendo sotto pressione l’equilibrio finanziario del sistema. Meno lavoratori e più pensionati rendono più difficile sostenere la spesa previdenziale nel lungo periodo.
Un altro elemento critico è l’aumento dei cosiddetti working poor, persone che pur avendo un impiego restano in condizioni economiche fragili. Retribuzioni contenute e instabilità occupazionale rendono più arduo accumulare contributi sufficienti. Il risultato è una prospettiva previdenziale meno solida per i giovani, chiamati a fare i conti con assegni potenzialmente più bassi e con la necessità di pianificare per tempo forme integrative di tutela.