
La Spagna taglia l’Iva sui carburanti: il prezzo scende a 1,51 euro – E’ sostenibile nel tempo? L’Europa attacca: “Va contro le nostre norme”
La decisione della Commissione europea di richiamare la Spagna nasce dal taglio dell’Iva sui carburanti deciso dal governo di Pedro Sánchez. Con il decreto approvato a marzo, Madrid ha ridotto l’aliquota dal 21% al 10% per contrastare l’aumento dei prezzi energetici, cercando di sostenere milioni di famiglie e imprese colpite dal caro petrolio. Tuttavia, Bruxelles ha chiarito che le norme comunitarie non consentono sconti fiscali su benzina e gasolio.
L’iniziativa si inserisce in un contesto internazionale complicato, aggravato dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota rilevante del greggio mondiale. L’impennata dei prezzi ha spinto il governo spagnolo a varare un piano da oltre 5 miliardi di euro, puntando soprattutto sulla riduzione fiscale per abbassare il costo alla pompa anche di alcune decine di centesimi al litro.
Il problema principale è giuridico: la normativa europea sull’Iva, aggiornata nel 2022, stabilisce limiti precisi e vieta aliquote inferiori a una certa soglia per i carburanti fossili. Questa linea rientra nella strategia del Green Deal europeo, che mira a eliminare progressivamente i vantaggi fiscali legati ai combustibili inquinanti. Per questo motivo, la scelta spagnola viene vista non solo come una violazione tecnica, ma anche come un passo contrario agli obiettivi ambientali condivisi.
Madrid difende comunque la misura, sostenendo che si tratta di un intervento temporaneo legato a una situazione eccezionale e non di un cambiamento strutturale. Il governo rivendica inoltre il proprio impegno nelle energie rinnovabili, sottolineando che l’obiettivo resta la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili nel lungo periodo.
La Commissione, pur non avendo ancora avviato una procedura formale, ha lanciato un avvertimento: se il provvedimento dovesse essere prorogato oltre la scadenza prevista, potrebbero esserci conseguenze legali. Bruxelles suggerisce alternative compatibili con il diritto europeo, come la riduzione delle accise o l’introduzione di aiuti diretti e tasse straordinarie sugli extraprofitti delle compagnie energetiche.
Un caso simile si è verificato in Polonia, guidata da Donald Tusk, dove sono state adottate misure analoghe. Queste differenze fiscali stanno già producendo effetti concreti, come il cosiddetto “turismo del pieno”, con automobilisti che attraversano i confini per approfittare dei prezzi più bassi. Una dinamica che rischia di alterare la concorrenza nel mercato unico europeo e mette in luce tensioni politiche crescenti attorno alle regole fiscali comuni.