
Torino, addio squatter e centri sociali – I vecchi spazi occupati diventano gelaterie, ostelli e anche palazzine di lusso
A Torino il fenomeno delle occupazioni, che per decenni ha rappresentato un elemento importante della vita politica e culturale cittadina, sta vivendo una fase di forte ridimensionamento. Molti degli edifici un tempo occupati sono stati sgomberati e successivamente trasformati in attività commerciali, strutture ricettive o residenze private. Alcuni ex spazi autogestiti sono diventati gelaterie, palazzi di pregio, sedi associative o ostelli, simbolo di una città che cambia volto attraverso processi di riqualificazione urbana.
Come riporta l’ultimo studio del Corriere della Sera, la storia delle occupazioni torinesi affonda le sue radici negli anni Sessanta, quando studenti e giovani iniziarono a cercare luoghi di aggregazione indipendenti dalle istituzioni tradizionali. In una Torino dominata dalle grandi fabbriche, l’occupazione di scuole, appartamenti e ville rappresentava una risposta ai profondi cambiamenti sociali dell’epoca. Successivamente, con la crisi industriale e il progressivo svuotamento di molti edifici, numerosi spazi abbandonati furono recuperati da collettivi e gruppi giovanili.
Negli anni Ottanta il movimento si evolse, ampliando la propria attività oltre la dimensione politica. Gli spazi occupati diventarono laboratori culturali, artistici e sociali, ospitando concerti, iniziative pubbliche, produzioni editoriali e progetti di comunicazione indipendente. In questo contesto nacquero realtà significative come Radio Blackout e centri sociali che contribuirono a definire l’identità alternativa della città.
Tra gli anni Novanta e i primi Duemila le occupazioni continuarono a svolgere un ruolo importante nella vita urbana, creando reti di solidarietà e offrendo occasioni di partecipazione a migliaia di persone. Luoghi come El Paso, Barocchio, Gabrio e Askatasuna divennero punti di riferimento per movimenti sociali, studenti, artisti e attivisti.
Ma oggi la situazione è profondamente cambiata. Gli spazi ancora attivi sono circa dieci, un numero molto inferiore rispetto al passato. Gli sgomberi, l’evoluzione delle forme di aggregazione giovanile, l’impatto dei social network e i cambiamenti sociali accelerati dopo il 2019 hanno ridotto la centralità di queste esperienze. Ma nonostante tutto alcune realtà continuano a resistere e a mantenere vivo il modello dell’autogestione.