
33 anni fa moriva (in circostanze sospette) uno degli industriali più importanti e potenti d’Italia: Raul Gardini. La storia
Trentatré anni fa, il 23 luglio 1993, l’Italia fu sconvolta dalla morte di Raul Gardini, tra gli imprenditori più influenti del Paese.
L’industriale venne trovato senza vita nella sua abitazione di Palazzo Belgioioso, a Milano, con accanto una pistola e un biglietto con una sola parola: «Grazie». La versione ufficiale parlò di suicidio, ma nel corso degli anni non sono mai mancati dubbi e interrogativi sulle circostanze della sua morte.
Nato a Ravenna nel 1933, Gardini entrò nel gruppo Ferruzzi dopo il matrimonio con Ida Ferruzzi e, alla morte del fondatore Serafino nel 1979, ne assunse la guida. Sotto la sua direzione l’azienda conobbe una crescita straordinaria: trasformò il gruppo in una potenza internazionale, conquistò il controllo della francese Béghin-Say, puntò sulla produzione di bioetanolo e sulle bioplastiche ricavate da materie prime agricole e nel 1987 prese il controllo di Montedison, guadagnandosi il soprannome di “corsaro della Borsa”.
La sua visione era quella di rendere l’Italia più indipendente dal punto di vista energetico attraverso lo sviluppo della chimica verde e dei biocarburanti, un progetto ritenuto innovativo per l’epoca.
Nel 1989 nacque Enimont, la joint venture tra Montedison ed Enichem. L’equilibrio tra capitale pubblico e privato generò però forti tensioni. Gardini cercò di assumere il controllo della società arrivando a dichiarare: «la chimica italiana sono io». Lo scontro con ENI, istituzioni e sistema bancario portò al sequestro delle azioni e alla successiva vendita della sua partecipazione, segnando la fine della sua leadership nel gruppo Ferruzzi.
Negli anni successivi ricostruì un nuovo impero imprenditoriale, ma l’inchiesta Mani Pulite travolse anche lui. Le indagini sull’affare Enimont portarono alla luce un vasto sistema di tangenti destinato ai partiti politici, definito dagli investigatori uno dei più grandi scandali della storia italiana.
Dopo il suicidio dell’ex presidente ENI Gabriele Cagliari, il 22 luglio 1993 venne firmato l’ordine di arresto nei confronti di Gardini. Il mattino seguente l’imprenditore fu trovato morto. La sua scomparsa segnò la fine di una delle figure più controverse e visionarie del capitalismo italiano, lasciando ancora oggi interrogativi destinati a restare irrisolti.
Di Pietro e il suo rammarico
“Antonio Di Pietro – si legge sul sito specializzato mondoeconomico.eu – “si rammaricò poi, in una intervista al Corriere della Sera, di non averlo fatto arrestare dai carabinieri il 22 sera, che pure lo aspettavano sotto casa: «Avevo promesso ai suo avvocati di farlo arrivare da uomo libero in procura e così feci. Se lo avessi arrestato, gli avrei salvato la vita». Ricostruzione che non convince tutti e sono in molti a ritenere che quel 23 mattina non ci sarebbe stato un interrogatorio ma l’arresto fosse già pronto.«La vera domanda – ha detto Giovanni Maria Flick, che era uno dei legali di Gardini – era in quale carcere Di Pietro l’avrebbe mandato». Ai tempi, infatti, finire a San Vittore significava carcere duro (destinazione per chi non parlava, cioè non collaborava) mentre finire a Opera significava che la scarcerazione era imminente. E siccome «Gardini era terribilmente angosciato all’idea di non saper rispondere, spiegare, chiarire – ha ricordato Flick – temeva di finire a San Vittore dopo la notizia del suicidio di Cagliari, che l’aveva molto provato»Tutti elementi che non saranno mai chiariti fino in fondo”.