Torino – “Ci vogliono portare in guerra. Censurare è stupido”. Folla per l’incontro con Barbero e D’Orsi a Torino

30/01/2026

Un palasport quasi gremito e oltre 3.500 persone presenti hanno fatto da cornice all’incontro torinese con Angelo D’Orsi e Alessandro Barbero, protagonisti di un dialogo pubblico dedicato al rapporto tra democrazia, guerra e libertà di espressione. L’evento, inizialmente previsto al teatro Valdocco e poi annullato un mese fa, è stato riprogrammato al Palazzetto Gianni Asti grazie all’impegno del circolo Arci La Poderosa, dell’Anpi e della rivista Historia Magistra, trasformandosi in un appuntamento ancora più partecipato.

La serata ha assunto fin da subito un forte valore simbolico: il tentativo di bloccare l’incontro ha infatti prodotto l’effetto opposto, attirando un pubblico molto più numeroso del previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che, oltre ai presenti, migliaia di persone erano rimaste in lista d’attesa, a dimostrazione di quanto il tema fosse sentito.

L’incontro è stato presentato dagli organizzatori come una risposta diretta a un clima sempre più segnato da limitazioni e pressioni sul dissenso: “Intanto, i tentativi di censura sono diventati più diffusi e aggressivi”. Un contesto che ha spiegato sia la grande affluenza sia l’imponente apparato di sicurezza. Al centro del discorso non c’era un singolo episodio, ma una tendenza più ampia, riassunta in una presa di posizione netta: “Sempre più forte, perciò, è l’esigenza di impedire la guerra alla Russia che ci si vuole imporre come difesa: è la democrazia che va difesa, con la libertà di pensiero e la verità storica”. Da qui la conclusione politica: “L’Italia ha bisogno non di guerra, ma di pace, non di armi, ma di servizi sociali, di istruzione, di sviluppo”.

Durante l’evento è stato rilanciato anche l’appello a partecipare alla manifestazione nazionale del 31 gennaio 2026 a Torino, nata dopo lo sgombero di Askatasuna e pensata come momento di mobilitazione contro la guerra, il governo e la repressione degli spazi di dissenso. La serata ha assunto la forma di un dialogo collettivo, arricchito dagli interventi in collegamento di Marco Travaglio, Francesca Albanese, Moni Ovadia e Luciano Canfora, che ha denunciato gli effetti concreti della censura culturale e accademica legata al conflitto.

Sul palco, D’Orsi ha colpito con un’affermazione diretta: “Stanno applicando la censura di guerra ma non ci dicono che siamo in guerra”. Barbero ha ampliato la riflessione ricordando che oggi i conflitti non vengono più proclamati apertamente: “In genere le guerre, ormai, si fanno senza dichiararle”, aggiungendo: “Mi viene sempre un brivido quando un capo di Stato dice ‘Siamo in guerra’…”. Una situazione che ha definito ambigua e funzionale al potere: “È una situazione perfetta, dal loro punto di vista”.

La chiusura è tornata al ruolo della storia e della conoscenza. Barbero ha ricordato che “Un popolo che non conosce la storia è un popolo più debole” e ha invitato a mantenere uno sguardo critico: “Qualunque cosa ti dicano, chiediti sempre: ‘Tu come fai a saperlo?’”. Una serata che non ha rassicurato, ma ha reso più consapevoli, riaffermando il valore dello spazio libero del pensiero.

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