
Torino – E’ Bloomberg il sindaco “ombra” della città? Le opposizioni attaccano: “Consulenze gratis, ma ogni cosa ha un prezzo”
A Torino si intensifica il rapporto tra l’amministrazione comunale e il network creato da Michael Bloomberg, ex sindaco di New York e fondatore dell’omonimo gruppo internazionale. La collaborazione, almeno ufficialmente, non comporta costi diretti per Palazzo Civico: nessuna fattura e nessun compenso richiesto al Comune. La presenza di Bloomberg nelle decisioni strategiche della città sta facendo nascere interrogativi politici sempre più forti.
Negli ultimi anni Torino è diventata un vero banco di prova europeo per modelli urbani basati su dati, analisi digitali e pianificazione innovativa. Il percorso è iniziato con programmi internazionali dedicati alla formazione amministrativa, come la Harvard City Leadership Initiative e la Bloomberg LSE European City Leadership Initiative, fino ad arrivare al summit europeo dei sindaci ospitato nel 2026 nel capoluogo piemontese. L’evento ha riunito amministratori e consulenti in incontri in gran parte riservati.
Parallelamente il Comune ha avviato una collaborazione operativa con Bloomberg Consulting LLC, struttura legata a Bloomberg Philanthropies. I consulenti americani stanno affiancando Torino in progetti centrali come il nuovo Piano regolatore, le strategie per attrarre investimenti e la gestione dei dati urbani. Tra le figure di riferimento emerge Amanda Burden, urbanista che contribuì alla trasformazione di New York durante l’era Bloomberg.
Per la maggioranza guidata dal sindaco Stefano Lo Russo si tratta di una grande opportunità internazionale. Secondo il Comune, questa rete di relazioni permetterebbe a Torino di acquisire competenze avanzate, aumentare la propria visibilità globale e attirare nuovi investimenti, senza gravare economicamente sui cittadini.
Le opposizioni, però, esprimono forti dubbi. Centrodestra, Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia criticano soprattutto la scarsa trasparenza di alcuni accordi e il peso crescente di consulenti privati stranieri nelle scelte urbanistiche locali. Il timore è che si stia creando una sorta di struttura decisionale parallela, poco controllabile democraticamente.
Al centro delle polemiche ci sono anche i dati raccolti durante la collaborazione. Secondo i critici, modelli, analisi e strumenti sviluppati a Torino resterebbero sotto il controllo di Bloomberg, trasformando la città in un terreno di sperimentazione per soluzioni poi esportabili a livello internazionale.