
Torino – Andavano all’esame per la patente con parrucconi, cuffie e cellulari nascosti. Smascherato il trucco: chieste 65 condanne
A Torino si avvia verso la conclusione il processo nato da una vasta indagine sugli esami della patente truccati, un’inchiesta che coinvolgeva inizialmente oltre cento persone e che oggi conta ancora 65 imputati dopo vari patteggiamenti e percorsi alternativi. La procura ha chiesto pene comprese tra cinque mesi e tre anni e cinque mesi di carcere per gli accusati, ritenuti parte di un sistema organizzato per superare illegalmente la prova teorica della patente.
Secondo gli investigatori della Polizia Stradale, molti candidati — in prevalenza cittadini cinesi — riuscivano a passare il test grazie a sofisticati dispositivi nascosti addosso. Il metodo prevedeva l’uso di parrucche sotto cui venivano occultati telefoni cellulari, micro auricolari bluetooth e piccoli trasmettitori attraverso i quali ricevevano suggerimenti in tempo reale durante l’esame.
L’inchiesta iniziò il 26 novembre 2018 alla Motorizzazione di Torino, quando gli agenti scoprirono un candidato che stava sostenendo la prova con un sistema elettronico nascosto sotto una parrucca. Da quell’episodio partirono intercettazioni e approfondimenti investigativi che, secondo la procura, avrebbero confermato l’esistenza di una rete ben organizzata. Durante la requisitoria il pubblico ministero Elisa Buffa ha ricordato alcune conversazioni ritenute compromettenti, nelle quali venivano date istruzioni precise ai candidati su come usare cuffie e dispositivi durante l’esame.
La richiesta di pena più severa riguarda l’unico imputato accusato anche di associazione per delinquere oltre che dei singoli episodi di frode. Per l’accusa, infatti, il sistema sarebbe stato stabile e strutturato, capace di aiutare numerosi candidati a ottenere la patente in modo illecito.
Le difese contestano però la ricostruzione della procura. Alcuni avvocati sostengono che il presunto meccanismo sarebbe stato quasi impossibile da utilizzare concretamente nei tempi previsti dalla prova teorica, considerando che occorreva rispondere a trenta quesiti in appena mezz’ora. Secondo questa linea difensiva, suggeritore e candidato non avrebbero avuto il tempo materiale per comunicare e completare il test con efficacia.
Il procedimento rappresenta uno dei casi più complessi affrontati negli ultimi anni dalla giustizia torinese in materia di truffe legate agli esami pubblici.